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23 Settembre 2026Aveva 66 anni e 358 giorni quando mise al mondo due gemelli. Quasi 67. Nel dicembre del 2006 la spagnola María del Carmen Bousada Lara partorì Christian e Pau con taglio cesareo all’ospedale Sant Pau di Barcellona e conquistò il Guinness World Record come persona più anziana ad aver partorito. La gravidanza era stata ottenuta con fecondazione in vitro negli Stati Uniti. Guinness riporta che, per accedere al trattamento, Bousada Lara aveva dichiarato di avere 55 anni. È una storia estrema. Ma la domanda che solleva riguarda moltissime donne: fino a che età il corpo femminile può davvero sostenere una gravidanza? La risposta è più sorprendente di un semplice numero. Perché ovaio e utero non invecchiano allo stesso modo.
Il record naturale è molto più basso: 59 anni
Se togliamo la fecondazione assistita, la storia cambia radicalmente. Secondo Guinness, il record di maternità dopo concepimento naturale appartiene alla britannica Dawn Brooke, che nel 1997 partorì un figlio a 59 anni. Aveva ovulato spontaneamente nonostante fosse già molto avanti nella transizione menopausale. Ed è proprio questa differenza — 66 anni con PMA, 59 naturalmente — a raccontare il vero confine biologico. La fertilità femminile non finisce perché l’utero improvvisamente “non sa più” portare avanti una gravidanza. Finisce soprattutto perché gli ovociti diventano sempre meno numerosi e, soprattutto, biologicamente meno competenti con l’età. Una review pubblicata nel 2026 sottolinea che il concepimento naturale dopo i 45 anni è raro, con un’elevata probabilità di perdita della gravidanza; anche la fecondazione assistita con ovociti propri ha tassi di successo molto bassi alle età più avanzate. L’ovodonazione, invece, può riportare le percentuali di nascita viva a livelli decisamente superiori.
Perché l’ovocita “invecchia” più dell’utero
Una donna nasce con il patrimonio di ovociti che utilizzerà nel corso della vita. Con il passare degli anni il numero dei follicoli diminuisce e aumenta la quota di ovociti con alterazioni cromosomiche. È questo uno dei motivi principali per cui con l’età: cala la probabilità di concepimento; aumenta il rischio di aborto spontaneo; cresce il rischio di anomalie cromosomiche embrionali. L’arrivo della menopausa rappresenta la fine dell’attività follicolare fisiologica e quindi, di fatto, del concepimento spontaneo. Ma l’utero è un organo diverso. Se opportunamente preparato dal punto di vista ormonale, può restare capace di accogliere un embrione anche quando le ovaie hanno smesso di produrre ovociti. È proprio questo che rende possibili gravidanze dopo la menopausa mediante ovodonazione o utilizzo di embrioni precedentemente crioconservati. La medicina, quindi, non “riaccende” le ovaie a 60 anni. Aggira il loro limite utilizzando un ovocita più giovane.
Ma riuscire a restare incinta non significa che il rischio sia lo stesso
È qui che bisogna evitare il messaggio sbagliato. Il fatto che l’utero possa sostenere una gravidanza molto avanti negli anni non significa che una gravidanza a 55 o 60 anni sia equivalente a una a 30. Una meta-analisi su gravidanze dopo i 45 anni ha trovato un rischio significativamente maggiore di: preeclampsia, diabete gestazionale, placenta previa, distacco di placenta, emorragia postpartum, parto prematuro e taglio cesareo rispetto alle donne più giovani. Quando si confrontano le donne di almeno 50 anni con quelle tra 45 e 49, aumentano ulteriormente soprattutto cesareo, ipertensione gestazionale e prematurità, anche se parte della differenza è spiegata dalla maggiore frequenza di gravidanze multiple ottenute con PMA. I neonati delle madri over 50 risultano inoltre più frequentemente ricoverati in terapia intensiva neonatale. È uno dei motivi per cui oggi la medicina della riproduzione punta molto sul trasferimento di un singolo embrione, soprattutto nelle donne più grandi. Gemelli possono sembrare un “doppio successo”. Dal punto di vista ostetrico, però, significano anche rischio maggiore.
Esiste allora un’età massima per la PMA?
Biologicamente non esiste un compleanno al quale l’utero smetta improvvisamente di funzionare. Clinicamente ed eticamente, invece, la questione è molto più complessa. L’American Society for Reproductive Medicine sottolinea che l’assistenza riproduttiva in età molto avanzata deve considerare non soltanto la possibilità tecnica di ottenere una gravidanza, ma anche: salute cardiovascolare e metabolica della futura madre; rischi ostetrici; aspettativa di vita e anni di salute disponibili; benessere del bambino; aspetti psicologici ed etici. Non basta quindi chiedere: “È possibile?”. Bisogna chiedere: “È ragionevolmente sicuro per questa donna?”. Ed è una differenza enorme.
Intanto in Italia diventiamo madri sempre più tardi
Il Guinness racconta l’estremo. Ma la tendenza verso maternità sempre più tardive riguarda anche noi. Secondo Istat, nel 2025 l’età media al parto in Italia è salita a 32,7 anni. Nel Centro Italia arriva a 33,1 anni. E guardando alla prima maternità il cambiamento generazionale è ancora più evidente. Nel 1995 le italiane diventavano madri per la prima volta mediamente a 28,1 anni. Nel 2024 l’età media al primo figlio era salita a 31,9 anni. Quasi quattro anni in più in una generazione. Nel frattempo il numero medio di figli per donna è sceso nel 2025 a 1,14, uno dei valori più bassi mai registrati. Naturalmente non significa che il rinvio della maternità spieghi da solo la denatalità. Entrano in gioco lavoro, casa, reddito, stabilità delle relazioni, servizi, desideri personali e moltissimi altri fattori. Ma biologicamente il tempo resta importante. Possiamo spostare in avanti il progetto di maternità molto più facilmente di quanto possiamo spostare in avanti l’invecchiamento degli ovociti.
E il test della “riserva ovarica” ci dice quanti anni ci restano?
Non esattamente. AMH, conta dei follicoli antrali e altri test possono essere utili soprattutto per prevedere la risposta ovarica alla stimolazione nei percorsi di PMA. Ma non sono un “contatore della fertilità” capace di dirci: “hai ancora quattro anni per restare incinta”. Uno studio italiano pubblicato nel 2024 ha mostrato ancora una volta che i marcatori di riserva ovarica non predicono bene la probabilità di concepimento spontaneo nelle donne infertili. L’età rimane uno dei fattori più importanti proprio perché influenza non soltanto la quantità, ma soprattutto la qualità biologica degli ovociti.
Quindi dopo la menopausa si può ancora diventare madri?
Spontaneamente, in condizioni normali, no: la menopausa indica che l’ovulazione fisiologica è cessata. Con la medicina riproduttiva, però, una gravidanza può essere ancora possibile in alcuni casi utilizzando ovociti donati o embrioni crioconservati. È così che il confine tra fertilità ovarica e capacità gestazionale si è separato come mai era accaduto nella storia. Una donna può avere ovaie che non producono più ovociti ma un utero ancora capace, sotto terapia e accurato controllo medico, di sostenere una gravidanza. È forse questa la parte più sorprendente dell’intera storia di María del Carmen Bousada Lara. Il suo record non dimostra che a 66 anni siamo ancora fertili. Dimostra qualcosa di molto diverso: che la medicina è riuscita a spingere la possibilità di gestare molto più avanti del limite naturale della fertilità ovarica.
E fino a dove arriveremo?
Probabilmente la domanda del futuro non sarà soltanto quanto tardi possiamo ottenere una gravidanza. Sarà quanto tardi sia opportuno farlo. Perché la biologia ha due orologi differenti. Quello dell’ovocita corre veloce. Quello dell’utero può continuare a funzionare più a lungo. La PMA ha imparato, in alcuni casi, a separarli. Ma non ha abolito l’invecchiamento del resto del corpo. E così il Guinness dei 66 anni rimane impressionante non perché dimostri che il tempo biologico non esiste. Al contrario. Ci mostra esattamente dove la medicina può aggirarlo — e dove invece dobbiamo ancora rispettarlo.
Fonti: Guinness World Records; American Society for Reproductive Medicine, Ethics Committee Opinion 2025 e guidance su donazione di gameti ed embrioni 2024; review 2026 sui cambiamenti riproduttivi della donna con l’età; meta-analisi sulle gravidanze ≥45 e ≥50 anni; Istat, Indicatori demografici – Anno 2025 e Births and fertility of the resident population – 2024; Galati G. et al., Archives of Gynecology and Obstetrics, 2024.
ARTICOLO PUBBLICATO SU MONDO SANITA’
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