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Calo delle nascite in Italia: come arrestarlo?

L’Italia nel 2025 ha toccato il minimo storico dal dopoguerra: solo 355.000 nascite. Non solo un cambiamento di costumi, ma anche l’ostacolo dell’infertilità incidono su questo dato e consolidano una tendenza che va avanti da decenni: meno nascite si registrano, meno potenziali genitori si avranno un domani. La Procreazione medicalmente assistita (Pma) rappresenta una soluzione per invertire questa rotta, rispondendo all’esigenza di tutte quelle coppie che desiderano avere dei figli ma incontrano difficoltà nel proprio percorso.

Un crollo che si autoalimenta
Il dato della natalità dello scorso anno segna un ulteriore calo rispetto al 2024 del 3,9%. Il “Manifesto Fertilità 2030. Una Strategia Integrale per il Futuro Demografico dell’Italia”, presentato alla Camera dei Deputati lo scorso 15 luglio da Aife (Associazione italiana fertilità), mostra un quadro sconsolante: dal 2008 l’Italia ha perso oltre 220.000 nascite annue e le donne in età fertile (dai 18 ai 49 anni) sono diminuite di 2,5 milioni. Numeri che preoccupano ancora di più, se si guarda al futuro, perché la spirale negativa si autoalimenta.

Nel suo manifesto Aife ha delineato una serie di urgenze, sottolineando come il tempo delle analisi sia finito. Le misure presentate si muovono su più livelli: dall’alfabetizzazione riproduttiva alla genitorialità sociale, passando per la promozione di un immaginario della genitorialità. Ed è proprio il tema della presa in carico sociale del problema uno degli aspetti più controversi, perché tocca il tema della Pma, fortemente limitata dalla legge 40 del 2004, che la riserva alle sole coppie conviventi o coniugate, di sesso diverso; e vi si può ricorrere solo se non vi sono altri metodi terapeutici per superare sterilità e infertilità.
Infertilità che è un problema mondiale: ne soffre circa il 17,5% della popolazione adulta: il dato scende al 15% in Italia.

Un percorso da sostenere
Malgrado le limitazioni di legge, dal 2012 al 2022 si è registrato un aumento del 73% dell’utilizzo di tecniche di Pma, arrivando a 3,7 parti su 100 ottenuti con questa soluzione. La tecnica più diffusa è la fecondazione in vitro con trasferimento di embrioni nell’utero (Fivet), che è passata dal 37% al 48%.
Il percorso di accesso alla Pma non è semplice, perché si può innestare su una crisi personale o di coppia e necessita di un accompagnamento psicologico mirato. La diagnosi di infertilità infatti può alterare equilibri personali e di coppia, perché fonte di stress cronico e costante: una coppia su quattro rinuncia a usufruire delle tecniche di Pma perché non regge le sfide emotive e fisiche. Molte coppie, infine, evitano il supporto psicologico perché temono che aumenti il loro senso di inadeguatezza, non ricorrendo così a un sostegno invece fondamentale.

Tecnologie e sicurezza
Anche l’evoluzione delle tecnologie, come testimonia l’esperienza di  Ibsa , multinazionale farmaceutica svizzera presente in Italia con una sede centrale a Lodi, due stabilimenti produttivi e tre laboratori di ricerca e sviluppo, si collega all’ascolto delle necessità dei pazienti.
Dai dati del Manifesto Fertilità 2030 emerge come le coppie tendano ad avere figli a un’età sempre più avanzata, per cui è più frequente riscontrare una ridotta riserva ovarica nella donna o problemi nella funzionalità spermatica dell’uomo. Una fase delicata e fondamentale per la riuscita dei trattamenti di Pma è la stimolazione ovarica, che ha come scopo aumentare la produzione di follicoli maturi durante un ciclo ovarico, per raccogliere un numero adeguato di cellule uovo da fecondare con spermatozoi del partner o di un donatore esterno. Questa fase dura in media 15 giorni e prevede iniezioni sottocute di gonadotropine, ormoni che stimolano le ovaie a produrre ovociti più maturi.

La ricerca scientifica ha aumentato le opzioni consentendo di personalizzare questo trattamento, in linea con le caratteristiche della paziente, e rendendolo più facile da somministrare. Anche sul fronte della sicurezza proseguono gli studi: l’uso di questi farmaci non sarebbe associato a effetti a distanza e all’aumento di malattie. Inoltre, non c’è un’evidenza conclusiva, ma non sarebbe correlato all’aumento del cancro, almeno nelle donne che non hanno avuto figli in precedenza.

Contenuto sponsorizzato da IBSA

FONTE https://www.corriere.it/