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Figli della fecondazione eterologa alla ricerca delle loro origini

Può succedere che, a un certo punto, il sentimento verso padre e la madre non basti più: può accadere, sì, che ci si senta amati e quell’amore sia una storia solida, ma che alla storia manchino alcune pagine, le prime, l’inizio di tutto. È a quell’origine sigillata nel buio che i figli nati dall’ovulo o dallo spermatozoo di terzi – in termini tecnici, procreazione medicalmente assistita eterologa, Pma – raccontano di voler risalire. Non cercano, insomma, un padre o una madre complementari a quelli che li hanno cresciuti e amati.

Fecondazione eterologa, il desiderio di conoscere le proprie origini

In un mondo in cui cose e persone sono ormai tutte tracciabili rivendicano, piuttosto, di voler fare luce sull’impronta originaria, sulla “radice” da cui hanno preso vita, perché scoprire da chi si sono ereditati gli occhi o un’attitudine o un brutto tratto del carattere pare, a loro, di poter mettere il sigillo sulla provenienza dell’insieme di se stessi. Qualcuno, poi, confessa di voler scavalcare ogni confine di riservatezza e andare a incontrare, faccia a faccia, quella donna o quell’uomo lontani da cui la loro vita ha avuto inizio e di cui portano parte del patrimonio genetico. Ma esiste, nel nostro Paese, il diritto a conoscere chi sia il proprio donatore o la propria donatrice?

Che cosa dice la legge

Secondo la legge 40 del 2004, che ha disciplinato la procreazione medicalmente assistita, la donazione di gameti è anonima: il solo caso in cui è ammesso l’accesso ai dati genetici del donatore è rappresentato da gravi e comprovate ragioni di salute da parte di chi ha ricevuto il gamete. Il donatore non ha alcuna relazione giuridica con il nato, verso cui non acquisisce né diritti né doveri: per esempio non potrà mai rivendicare la paternità e la maternità, così come non potrà essere tenuto a versare un mantenimento.

Il bilanciamento tra diritti e anonimato

E quanto al nato? «Se da una parte la legge 40 prevede un espresso divieto di ricerca del donatore, dall’altra non contempla il diritto del nato a sapere se è stato generato, appunto, a seguito di procreazione medicalmente assistita eterologa. In Italia, la legge attua un bilanciamento tra il diritto del nato a conoscere le proprie origini biologiche e il diritto del donatore all’anonimato, propendendo al momento per la prevalenza di quest’ultimo» spiega Gianni Baldini, avvocato, direttore della Fondazione per la procreazione medicalmente assistita e docente di Biodiritto all’Università di Siena.

La tecnologia “brucia” i segreti

Detto ciò, la giurisprudenza ha aperto strade che tracciano altre direzioni possibili. «La Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata in modo significativo sul tema, riconoscendo che il diritto all’identità genetica è parte del diritto all’identità personale, un diritto fondamentale della persona» continua Baldini. «Inoltre, una sentenza della Corte Costituzionale in materia di adozione – la 278 del 2013 – ha stabilito che non può essere accettato il divieto assoluto di conoscere la propria origine biologica, sancendo il diritto del figlio adottato, una volta raggiunta la maggiore età, di conoscere l’identità biologica di chi lo ha generato, previo consenso di quest’ultimo. Ne consegue che, trattandosi dello stesso diritto, se lo Stato può ammetterlo per un figlio adottato, non potrebbe negarlo a un figlio nato da fecondazione eterologa».

La tecnologia e il superamento dei test del DNA

In realtà, il segreto che copre i donatori è ormai clamorosamente bucato da un paradosso: se il quadro normativo non si è evoluto, negli ultimi anni la tecnologia ha corso, fino a mandare in briciole il muro dell’anonimato che la norma ha messo a tutela del donatore e del nato. «Oggi può bastare un kit commerciale per il test del Dna e una banca dati globale (esistono piattaforme esplicitamente dedicate alla ricerca delle proprie origini, vedi Ancestry o 23andME, ndr) per risalire a un cugino di terzo grado che ha fatto lo stesso test e, da lì, muoversi per ricostruire il proprio albero genetico» dice Valentina Berruti, psicoterapeuta che conosce da vicino il delicato tema della narrazione delle origini, visto che da tempo supporta coppie che affrontano la procreazione medicalmente assistita, omologa e con donazione di gameti.

La spinta verso il superamento del segreto

E, infatti, su siti stranieri ci si imbatte facilmente in testimonianze di persone che sono riuscite a incontrare, ottenendone personalmente il consenso, l’uomo o la donna che ha contribuito a generarli, nonostante al momento fossero protetti per legge dall’anonimato. «Per quanto mi riguarda, sono favorevole al superamento dell’anonimato del donatore: nel processo di costruzione identitaria, ciascuno di noi sente il desiderio di conoscere il motivo e il modo in cui è venuto al mondo» commenta.

La genitorialità è cura e relazione

«Nella mia pratica clinica colgo nelle persone un pregiudizio diffuso e interiorizzato che spinge a sopravvalutare fortemente il peso del patrimonio genetico nella costruzione della propria storia esistenziale e addirittura del proprio destino, svalutando, al contrario, l’enorme patrimonio di esperienze che si attraversano giorno dopo giorno e che rendono per davveroqueste sìciò che si è.

Genitorialità come cura e relazione

Allo stesso modo, diversi genitori con problemi di infertilità che desiderano ricorrere o sono ricorsi alla procreazione medicalmente assistita, si trovano a vivere una sorta di lutto genetico, un pervasivo senso di mancanza che poggia sulla convinzione – molto forte anche questa socialmente – che le competenze genitoriali siano tutt’uno con le competenze generative biologiche, credenza che finisce per costruire un’identità genitoriale più fragile. Io sono convinta che la genitorialità sia desiderio, interazione, relazione, cura: è genitore chi, il figlio, lo desidera, lo cresce, lo ama, al di là che via sia o meno un legame genetico» commenta Berruti.

Dirlo o non dirlo?

Una delle sfide più grandi che attende un genitore che è ricorso alla procreazione medicalmente assistita da donatore è, dunque, decidere se dire o non dire al figlio che è nato da persona esterna al nucleo familiare. «Il compito di noi psicoterapeuti è accompagnare questa scelta, rendendo consapevoli i genitori delle implicazioni che praticare l’una e l’altra soluzione comporta, nel presente come nel futuro» afferma Berruti, che è autrice di Famiglia, una storia da raccontare. Nascere con la fecondazione assistita con donazione di gameti, un libro illustrato per aiutare a narrare ai figli la storia di come sono venuti al mondo.

L’importanza di una narrazione trasparente

«La legge non prevede per i genitori l’obbligo della cosiddetta disclosure, ovvero la comunicazione al figlio che è nato da gamete di una terza persona, ma mentre in passato i futuri genitori venivano incoraggiati a omettere, oggi autorevoli ricerche mettono in luce l’importanza di una narrazione chiaraaperta, consapevole, possibilmente nei primissimi anni di età, per un sereno sviluppo psicologico del bambino e per costruire sane relazioni familiari» spiega Berruti, che ha lanciato un progetto attraverso cui sta raccogliendo lettere scritte da genitori ai propri figli che hanno usato o sono nati da donazione di gameti, e viceversa.  «L’obiettivo è promuovere consapevolezza culturale e sociale sulla narrazione delle origini, sottolineando l’importanza di affrontare il tema con apertura e sensibilità».

I dati della fecondazione assistita in Italia

Intanto, anche in Italia sempre più bambini nascono grazie alle tecniche di fecondazione assistita: oggi sono il 4,2 per cento del totale dei nati (si tratta di circa 17mila bambini), appena due anni fa erano il 3,9 per cento e sono aumentati, dal 2015, del 30 per cento (ultimo Rapporto del rilevatore nazionale CeDAP su dati del 2022). Tra loro, 23 su 100 – circa 4mila in un anno – nascono da fecondazione eterologa: praticamente l’1 per cento dei nati in Italia sono frutto di gameti donati da terze persone.

Qui l’anonimato è caduto

A proposito di questi, «la quasi totalità – il 92 per cento dei gameti maschili e il 97 per cento di quelli femminili – proviene da banche di gameti straniere, in prevalenza dalla Spagna e dalla Grecia, dove esistono norme ferree sull’anonimato di chi dona, e ciò, considerato che anche la legge italiana riconosce l’anonimato del donatore, comporta come al momento risulterebbe oltremodo complessa un’eventuale iniziativa legale diretta a fare luce sulle origini biologiche» commenta Gianni Baldini.

 

L’esempio danese

Alcuni Paesi, tra i quali Svezia, Danimarca, Regno Unito, Germania, Austria, Paesi Bassi, Francia hanno, invece, fatto cadere l’anonimatoregolando ciascuna in modo proprio l’accesso all’identità biologica. In Danimarca, per esempio, vige la possibilità per il donatore di decidere se donare in maniera chiusa o aperta, ovvero mantenendo l’anonimato oppure firmando un consenso preventivo a rivelare la sua identità al bambino, una volta che, diventato adulto, lo chiedesse.

«Parliamo di un Paese dove la legge che ha regolato per la prima volta la fecondazione assistita ha più di quarant’anni, dove i nati da essa rappresentano ormai il 10 per cento sul totale delle nascite e dove esiste una cultura diffusa sul tema: in Danimarca, peraltro, si deve anche a gruppi di pressione di attivisti la riformulazione della legge in direzione del superamento dell’anonimato» riporta Baldini.

 

La battaglia per il diritto alle origini nel Regno Unito

Viene in mente la storia dell’attivista inglese Joanna Rose: nata negli anni Settanta da donatore anonimo, ha portato il tema del diritto a conoscere le proprie origini genetiche davanti all’Alta Corte di Giustizia riuscendo, con il suo instancabile impegno, a sollecitare nel 2005 una riforma che oggi nel Regno Unito permette a chi è nato da fecondazione eterologa, al compimento dei 18 anni, di conoscere i dati identificativi del donatore.