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Procreazione assistita e tumori nei figli: 24 casi contro 18, lo studio su oltre un milione di nati

Un numero può occupare tutta la scena e lasciare nell’ombra proprio ciò che serve a capirlo. È il caso di quel 26% di rischio relativo in più che emerge da uno studio danese sui tumori nei bambini concepiti attraverso la procreazione medicalmente assistita: una cifra da leggere insieme a un’altra, assai meno appariscente, di circa cinque diagnosi aggiuntive ogni 100.000 bambini osservati per un anno. Il segnale merita attenzione. Non dimostra, però, che i trattamenti siano la causa della malattia.

Vediamo anzitutto le dimensioni della ricerca, pubblicata su JAMA il 21 ottobre 2026 e condotta dal Danish Cancer Institute con l’Università della Danimarca Meridionale: 1.086.136 bambini nati in Danimarca fra il 1996 e il 2012, dei quali 37.228 concepiti mediante PMA, con le diagnosi oncologiche seguite fino al 2023. In tutto, 3.736 tumori. La frequenza è stata di 23,6 casi ogni 100.000 anni-persona nel gruppo della riproduzione assistita, contro 18,3 negli altri bambini. Una platea amplissima, dunque, ma un evento che rimane raro: il rischio assoluto è molto basso. E gli anni-persona? Sommano il tempo di osservazione dei partecipanti; non sono la probabilità che un singolo bambino si ammali durante tutta l’infanzia.

Ma è separando le procedure che il quadro acquista rilievo. Sotto la stessa sigla convivono tecniche diverse, e i risultati non sfilano affatto compatti: nella fecondazione in vitro convenzionale, o IVF — ovociti e spermatozoi messi a contatto in laboratorio — l’incidenza è di 18,5 casi ogni 100.000 anni-persona, pressoché quella dei concepimenti senza PMA; con l’ICSI, l’iniezione di un singolo spermatozoo nell’ovocita, sale a 27,9; dopo il trasferimento di embrioni congelati e poi scongelati, il FET, arriva a 41,1. Differenze da approfondire, senza dubbio. Non una graduatoria già pronta delle procedure più o meno sicure: i dati non autorizzano questa scorciatoia.

Passando alle singole malattie, i ricercatori hanno osservato associazioni fra trasferimento di embrioni congelati e leucemie, linfomi, sarcomi dei tessuti molli; per l’ICSI, fra linfomi, sarcomi e tumori del sistema nervoso centrale. Qui, però, la lente deve avvicinarsi ancora. Gli esperti interpellati dal britannico Science Media Centre ricordano che nel gruppo FET le diagnosi oncologiche erano soltanto 23 e che il collegamento con la leucemia poggiava su sei casi. Pochi eventi rendono le stime meno precise: l’ampiezza dell’archivio non può prestare automaticamente la propria robustezza a ogni suo piccolo sottogruppo.

Da dove vengono, allora, le differenze? La risposta resta aperta. Il confronto con i figli di donne che avevano avuto problemi di infertilità ha dato risultati simili: l’infertilità materna, da sola, potrebbe dunque non spiegare quanto osservato. Ma restano possibili altri fattori familiari e biologici. Ricordiamo, per esempio, che l’ICSI viene spesso impiegata in presenza di infertilità maschile, una condizione che potrebbe incidere sui risultati indipendentemente dalla tecnica. È il nodo di uno studio osservazionale: registra associazioni, non stabilisce un rapporto di causa ed effetto.

C’è poi il calendario, dettaglio tutt’altro che accessorio. Le nascite considerate risalgono al 1996-2012: tecniche di laboratorio e metodi di congelamento erano differenti da quelli attuali. Trasportare senza cautele quei risultati nella medicina riproduttiva del 2026 significherebbe saltare un passaggio essenziale. E il pediatra Alastair Sutcliffe, dell’University College London, aggiunge un’altra precisazione: questa ricerca amplia sostanzialmente un’analisi danese del 2019, non ne costituisce una conferma indipendente. Anche gli studi internazionali, del resto, non hanno dato esiti sempre concordi. Servono popolazioni diverse, trattamenti più recenti, confronti capaci di distinguere meglio il peso delle procedure da quello delle caratteristiche dei genitori.

Per le famiglie, che cosa cambia? Se i figli sono già nati attraverso la PMA, questi risultati non giustificano allarmismi né indicano la necessità di screening oncologici aggiuntivi. Se invece state valutando un trattamento, portate il tema al colloquio con gli specialisti: è un’informazione da discutere, non un verdetto da subire. Torniamo così al numero iniziale, vistoso ma insufficiente da solo. La ricerca non mette sotto processo la procreazione assistita: cerca di illuminarne meglio i passaggi, perché diventi sempre più sicura.

Mose K., Kjaer S.K., Jensen A., Grell K., Pottegård A., Hargreave M. “Childhood Cancer Risk After Assisted Reproductive Technology”. JAMA, pubblicato online il 21 ottobre 2026. DOI: 10.1001/jama.2026.18862.

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FONTE MONDO SANITA’