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Fecondazione assistita e DNA dei figli: cosa emerge da 24 mila genomi

Ogni bambino nasce con alcune variazioni nel DNA che non erano presenti né nella madre né nel padre. Si chiamano mutazioni de novo e fanno parte normalmente della biologia umana: nella stragrande maggioranza dei casi non provocano alcuna malattia. Ora uno studio pubblicato su Nature Medicine ne ha ricostruito con una precisione senza precedenti il rapporto con l’età dei genitori e con la procreazione medicalmente assistita. I ricercatori hanno sequenziato l’intero genoma di 24.030 persone appartenenti a 7.851 famiglie, identificando oltre 390 mila nuove mutazioni puntiformi. Il primo dato conferma qualcosa che la genetica conosce da tempo: con l’aumentare dell’età dei genitori aumenta anche il numero di nuove mutazioni trasmesse ai figli, soprattutto da parte paterna. Ogni anno in più del padre era associato mediamente a circa 1,06 mutazioni de novo aggiuntive; per la madre l’aumento medio era di circa 0,38. Nel caso materno, inoltre, la crescita sembrava accelerare alle età più avanzate.

La parte più nuova riguarda la fecondazione assistita. Tra le famiglie studiate, 2.232 avevano concepito attraverso tecniche di PMA. Dopo aver corretto statisticamente i risultati per l’età di madre e padre e per il sesso del bambino, i bambini concepiti mediante tecniche di riproduzione assistita presentavano in media circa 2,5 mutazioni de novo in più rispetto ai bambini concepiti naturalmente. È una differenza molto piccola rispetto alle circa 60 mutazioni nuove normalmente osservate in ciascun individuo, ma abbastanza consistente da emergere statisticamente. Soprattutto, lo studio mostra che non ha molto senso parlare della “PMA” come di una singola esposizione. Procedure differenti erano associate a firme differenti: l’ICSI, nella quale uno spermatozoo viene introdotto direttamente nell’ovocita, era collegata a un lieve aumento delle mutazioni di origine paterna, mentre alcuni protocolli di stimolazione ovarica risultavano associati a un aumento di quelle di origine materna. La normale fecondazione in vitro senza ICSI, invece, mostrava per le mutazioni paterne valori simili al concepimento naturale.

Un altro segnale è emerso osservando ciò che accade dopo la fecondazione. Circa il 10% delle mutazioni individuate era comparso nelle primissime divisioni dell’embrione, quindi dopo la formazione dello zigote. I ricercatori hanno rilevato un piccolo aumento di queste mutazioni nei bambini nati dopo determinate procedure, in particolare trasferimento di blastocisti ed embrioni congelati. Una specifica firma, le mutazioni C>A, era leggermente più frequente dopo il trasferimento allo stadio di blastocisti. Gli autori ipotizzano che possa entrare in gioco lo stress ossidativo durante una coltura embrionale più prolungata, ma il meccanismo resta da dimostrare. Il dato più delicato riguarda lo sviluppo: ogni mutazione post-zigotica C>A aggiuntiva risultava associata statisticamente a un aumento del 14% del rischio relativo di ritardo neurocognitivo valutato a un anno. È però fondamentale non trasformare questo risultato in una relazione di causa ed effetto: l’associazione era specifica per questa classe di mutazioni, mentre il numero complessivo di mutazioni post-zigotiche non mostrava la stessa relazione.

Ed è qui che serve maggiore cautela. Lo studio non dimostra che i bambini nati da PMA siano geneticamente “danneggiati”, né che qualche mutazione in più determini inevitabilmente una malattia. Nel complesso, il carico delle mutazioni provenienti dai genitori non risultava significativamente associato né ai difetti congeniti né allo sviluppo neurologico a un anno. Solo rarissime varianti individuate nell’intera coorte erano classificate come sicuramente o probabilmente patogene. Sono invece emerse associazioni modeste con durata della gravidanza, nascita pretermine e peso alla nascita, e una parte minima di queste differenze statistiche sembrava essere spiegata dalle mutazioni. Gli stessi ricercatori sottolineano inoltre che lo studio è osservazionale, riguarda bambini nati vivi in una coorte cinese e dispone per ora di un follow-up dello sviluppo limitato al primo anno. Questi dati servono quindi soprattutto a capire meglio come età e singole procedure riproduttive possano influenzare il processo naturale con cui nuove mutazioni compaiono nel DNA, e forse, in futuro, ad affinare ulteriormente le tecniche di laboratorio. Non sono una ragione per mettere in discussione la sicurezza della fecondazione assistita sulla base del destino genetico del singolo bambino.

Qin N., Dai J., Jiang Y. et al., “Large-scale whole-genome sequencing reveals the landscape and health implications of de novo mutations”, Nature Medicine, pubblicato il 7 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41591-026-04585-2.

Link pubblicazione https://www.nature.com/articles/s41591-026-04585-2

Fonte Mondo SANITÀ