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Un figlio a 25 anni non c’è nei pensieri di oggi. Con la laurea appena messa in tasca insieme a un biglietto per l’età adulta, per tantissime un bambino è difficile persino da immaginare. È più che altro un’idea, lontana e sfocata, che un giorno, chissà, si farà carne e ossa con il partner giusto, uno stipendio dignitoso, magari un contratto di lavoro a tempo indeterminato. E così si aspetta

“Indagare” sulla fertilità non è diffuso

In questo sacrosanto rimandare c’è però qualcosa che molte giovani donne tralasciano, e che pesa come piombo sul futuro: la fertilità femminile ha una data di scadenza, che non sempre coincide con i nostri progetti di vita. Se prima dei 30 anni le possibilità di concepire entro un anno sono in media all’85%, a 35 calano al 66%, a 40 anni volano giù fino al 44%. Non parliamo di malattie, ma di un limite biologico che dobbiamo imparare a conoscere.

Lo spiega bene Enrico Papaleo, responsabile del Centro Scienze della Natalità dell’Unità di Ginecologia e Ostetricia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. «Il corpo umano ha solo due cellule cosiddette perenni, che una volta danneggiate o eliminate non possono essere ricreate. Sono i neuroni e le cellule uovo della donna. Tutte le donne hanno una riserva ovarica predefinita geneticamente, una sorta di “destino riproduttivo” e con dei banali esami oggi è possibile conoscere la propria riserva, e fare una previsione abbastanza accurata di quanto durerà. Se mi sottopongo per ipotesi a questo check up a 20 anni, (te ne parliamo nel box sotto, ndr), e scopro che i miei valori sono bassi, potrò agire per tempo, evitando il rischio di scoprire solo a 39 anni, età in cui le percentuali di successo si abbassano già drasticamente, che le possibilità di avere un figlio per me saranno nulle».

Oggi “indagare” sulla propria fertilità non è ancora un’abitudine diffusa, fatto che fa il paio con altri dati: l’età media di chi si rivolge a un centro di Procreazione medicalmente assistita è di 37 anni, il 34% delle donne ne ha più di 40, il tasso di gravidanza ogni 100 trasferimenti di embrione negli uteri è al 33%, pur essendo raddoppiato dal 2005 a oggi. «Se la donna produce pochi ovuli, le percentuali di un concepimento si riducono alla radice, poco possono anche le più sofisticate tecniche di fecondazione assistita, a meno di non voler ricorrere all’ovodonazione» spiega il dottor Papaleo.

Custodire la riserva ovarica con la prevenzione

La riserva ovarica è anche un patrimonio da custodire. «Patologie come l’endometriosi, o la sindrome di Turner, sono cause conclamate di infertilità ma, in questi casi, al momento della diagnosi le pazienti vengono allertate, e possono decidere subito come agire» continua il ginecologo. «Bisogna però stare attente e curare bene le infezioni della pelvi che, se importanti e non trattate con la giusta terapia antibiotica, possono peggiorare la situazione». Poi c’è il tema degli stili di vita: fumo, alcol, stupefacenti: «Qualunque sostanza a cui la donna si espone finisce negli ovociti, nei follicoli delle nostre pazienti troviamo persino particelle di PM10. Gli studi epidemiologici ci dicono che fumo e smog sono associati a una minore fertilità».

«Non esistono terapie che possono combattere la scarsa riserva ovarica, ma strade che permettono di tenersi aperta la possibilità di avere un figlio sì» prosegue l’esperto. «Il primo passo è parlarne con il ginecologo, durante le visite di routine, e indagare anche sul proprio patrimonio ovocitario. Oggi con la maggior parte delle ragazze che vengono in studio si parla di metodi contraccettivi, iniziamo invece a fare cultura della fertilità. Saperne di più è un investimento per poter scegliere domani, senza vincolarsi, ma senza dare per scontato che, quando lo si deciderà, il bambino arriverà».

Gli esami da fare

C’è un modo molto semplice per sapere qual è il tuo “tesoretto” di fertilità, è sufficiente un’analisi che ormai viene eseguita anche nei comuni laboratori. Attraverso il campione di sangue si fa la valutazione delle gonadotropine (in particolare l’Fsh, che stimola lo sviluppo dei follicoli ovarici) e il dosaggio dell’ormone antimulleriano. Questo valore è particolarmente importante perché è un marcatore di riserva ovarica, e ci dà l’indicazione di quanti anni di fertilità o di buona fertilità abbiamo davanti a noi. L’esito non è assoluto, ma va commisurato all’età: un valore di 2 a 40 anni è ottimo, a 20 è molto basso, sotto i 30 anni il risultato dovrebbe infatti essere superiore a 3. I dati vanno comunque sempre interpretati da uno specialista, che li metterà in relazione al contesto clinico.

Oltre all’esame del sangue poi si ricorre a un’ecografia ginecologica alle ovaie per via transvaginale, con conta dei follicoli e ogni ginecologo è in grado di eseguirla. Se i valori complessivi non sono sufficientemente alti, il test andrebbe ripetuto ogni anno, anno e mezzo, per monitorarne l’andamento e controllare che non scendano in maniera repentina. Se il trend è veloce, se ci si avvicina a valori limite, o se si preannuncia una menopausa anticipata, anche solo a 40 anni, il consiglio è di consultare un ginecologo esperto in medicina riproduttiva per valutare il da farsi.

Dolori e infezioni da tenere d’occhio

Il ciclo irregolare? Non è sintomo di infertilità, a meno che non ci stia a meno che non ci stia indicando che siamo già in fase di premenopausa. Occhio però al ciclo doloroso, è il principale segno dell’endometriosi, malattia che colpisce il 15% delle donne ed è in grado di compromettere in modo importante la fertilità. In media la malattia viene diagnosticata dopo circa 7 anni dai primi sintomi, un dato che mette a rischio le funzioni dell’apparato riproduttivo, per questo dolori mestruali molto intensi vanno riferiti al ginecologo, che può avviare gli esami del caso.

«Anche le infezioni sessualmente trasmesse vanno tenute d’occhio: se importanti, provocano cicatrici e aderenze sui tessuti delle ovaie, compromettendo la vascolarizzazione e danneggiandole. Tutto ciò che riduce il tessuto sano porta un depauperamento della riserva ovarica» spiega il dottor Enrico Papaleo. Attenzione allora a germi che possono dare infezioni alle tube e alle ovaie, le più comuni sono quelle da clamidia e gonococco, che si trasmettono per via sessuale: dolore pelvico, secrezioni anomale, bruciori e sanguinamenti sono i sintomi più comuni. «Vanno curati con una terapia antibiotica, e debellati per evitare danni permanenti»

FONTE https://www.donnamoderna.com/b