
La verità sull’efficacia degli “aiutini” della fecondazione assistita
26 Giugno 2026Il calo demografico rappresenta una delle più grandi sfide che il nostro Paese si trova oggi ad affrontare. Ridurre questa complessa trasformazione a una semplice questione di numeri significa non coglierne la reale portata. La denatalità è infatti il risultato di cambiamenti profondi che coinvolgono l’economia, il lavoro, la cultura, la salute, l’organizzazione sociale e il modo stesso in cui le persone immaginano il proprio futuro.
Da giornalista scientifica che da anni si occupa di procreazione medicalmente assistita e sterilità di coppia, ho avuto il privilegio di osservare da vicino non solo l’evoluzione della medicina della riproduzione, ma anche i cambiamenti della società italiana. Ed è proprio questo osservatorio che restituisce un’immagine molto diversa da quella spesso raccontata.
Il problema non è che gli italiani non desiderino avere figli. Il problema è che sempre più spesso non riescono a farlo quando lo desiderano.
Secondo gli ultimi dati demografici, nel 2024 in Italia sono nati meno di 370 mila bambini, il numero più basso dall’Unità d’Italia. Il tasso di fecondità è sceso a circa 1,18 figli per donna, ben lontano dalla soglia necessaria per garantire il ricambio generazionale. Parallelamente cresce l’invecchiamento della popolazione: quasi un italiano su quattro ha oggi più di 65 anni, mentre diminuisce progressivamente la fascia più giovane della popolazione.
Questa dinamica, tuttavia, non riguarda esclusivamente l’Italia. L’intera Europa sta vivendo un progressivo calo della natalità accompagnato dall’aumento dell’età media della popolazione. Cambiano le politiche sociali, cambiano i sistemi di welfare, ma la direzione è comune: meno nascite, meno popolazione attiva e una crescente pressione sui sistemi sanitari e previdenziali.
Dietro questi numeri esiste però una realtà molto più complessa.
Oggi il tempo sociale non coincide più con il tempo biologico.
La stabilità lavorativa arriva tardi. L’autonomia economica è spesso precaria. Il costo delle abitazioni è elevato. La conciliazione tra lavoro e famiglia rimane difficile, soprattutto per le donne, e i servizi per l’infanzia risultano ancora insufficienti. Tutto questo porta molte coppie a rimandare la scelta di avere un figlio.
In Italia il primo figlio arriva mediamente intorno ai 32 anni, uno dei dati più elevati dell’Unione Europea. Ma mentre la società posticipa la genitorialità, la biologia continua a seguire tempi che non possono essere modificati. La fertilità femminile diminuisce progressivamente con l’età e anche quella maschile può subire un fisiologico declino.
È proprio qui che emerge uno dei principali limiti del nostro sistema culturale e sanitario.
Nel nostro Paese si continua a parlare di fertilità quasi esclusivamente quando compare un problema. La prevenzione rimane ancora un tema marginale. Se ne discute poco nelle famiglie, raramente nelle scuole e ancora troppo poco nei percorsi ordinari di assistenza sanitaria.
Eppure la fertilità dovrebbe essere considerata parte integrante della prevenzione, al pari di altri aspetti della salute.
Conoscere il funzionamento della propria fertilità, comprendere l’impatto dell’età sulla capacità riproduttiva, identificare precocemente patologie come endometriosi, disfunzioni endocrine o alterazioni della fertilità maschile significa offrire alle persone uno strumento fondamentale: la possibilità di scegliere in modo realmente consapevole.
In questo percorso il ruolo del medico di medicina generale e del ginecologo territoriale diventa centrale.
Sono loro, infatti, il primo punto di contatto con il sistema sanitario. Accompagnano donne e coppie nel corso degli anni, conoscono la loro storia clinica ma anche il loro contesto familiare e sociale. Per questo motivo la medicina territoriale dovrebbe diventare il luogo privilegiato dove costruire una vera cultura della prevenzione della fertilità.
Informare durante una normale visita ginecologica, affrontare il tema della preservazione della fertilità quando necessario, orientare precocemente verso eventuali approfondimenti specialistici significa evitare che molte coppie arrivino ai centri di procreazione medicalmente assistita dopo anni di tentativi infruttuosi, quando il fattore tempo ha già modificato significativamente la prognosi clinica.
La prevenzione non può iniziare nei centri di PMA. Deve iniziare molto prima.
In questo scenario assume un’importanza crescente anche la preservazione della fertilità.
La crioconservazione degli ovociti, comunemente definita social freezing, rappresenta oggi una concreta opportunità di pianificazione riproduttiva. Tuttavia, il suo utilizzo rimane fortemente condizionato dall’accessibilità economica. Per molte giovani donne il costo della procedura costituisce ancora un ostacolo importante, limitando di fatto una possibilità che potrebbe contribuire ad ampliare la libertà di scelta.
Analoga riflessione riguarda l’accesso alla procreazione medicalmente assistita.
In Italia il Servizio Sanitario Nazionale garantisce un importante sostegno economico, ma le liste di attesa possono raggiungere tempi incompatibili con la fisiologia della fertilità. Il tempo, infatti, rappresenta uno dei principali determinanti del successo riproduttivo.
Molte coppie sono quindi costrette a rivolgersi al settore privato, affrontando costi spesso molto elevati. Il rischio è evidente: il diritto alla genitorialità non dovrebbe mai dipendere esclusivamente dalla disponibilità economica.
Per questo motivo meritano attenzione quei modelli organizzativi che riescono a coniugare accessibilità, sostenibilità economica e qualità clinica. Alcune realtà convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale, come Chianciano Salute e i centri di PMA del Gruppo Omnia Salute guidati dal dottor Alfonso Maria Irollo, dimostrano che è possibile perseguire questo equilibrio, offrendo percorsi innovativi senza rinunciare alla sostenibilità.
Ma oggi la sfida non consiste soltanto nel trattare l’infertilità.
La vera sfida è anticiparla.
L’innovazione scientifica sta aprendo prospettive fino a pochi anni fa impensabili. La medicina rigenerativa applicata alla procreazione medicalmente assistita, attraverso tecniche come il plasma ricco di piastrine (PRP) e le applicazioni delle cellule staminali, sta mostrando risultati promettenti nel miglioramento della funzionalità ovarica e uterina.
L’obiettivo non è semplicemente aumentare le probabilità di gravidanza, ma offrire a un numero crescente di donne la possibilità di utilizzare i propri ovociti, riducendo, quando possibile, il ricorso alla fecondazione eterologa.
Si tratta di un vero cambiamento di paradigma: non soltanto sostituire una funzione compromessa, ma tentare di rigenerarla.
Naturalmente, ogni innovazione deve essere accompagnata da solide evidenze scientifiche e da linee guida rigorose. In questo contesto, il lavoro sviluppato dal dottor Alfonso Maria Irollo sulla medicina rigenerativa applicata alla PMA rappresenta un contributo significativo al dibattito scientifico e all’evoluzione del settore.
Al centro di tutto, tuttavia, resta l’informazione.
Come giornalista scientifica sono convinta che il nostro compito non sia alimentare aspettative irrealistiche, ma costruire consapevolezza. La medicina oggi può offrire possibilità straordinarie, ma non può annullare completamente gli effetti del tempo biologico.
Il calo demografico non si risolverà con un singolo provvedimento economico né con una sola innovazione medica.
Servirà una strategia complessiva capace di integrare politiche per il lavoro, welfare familiare, servizi per l’infanzia, prevenzione sanitaria, educazione alla fertilità, innovazione scientifica e accesso equo alle cure.
Soprattutto, sarà necessario un cambiamento culturale.
La fertilità non può più essere considerata una questione esclusivamente privata o un tema da affrontare soltanto quando insorge un problema. Deve diventare una priorità sanitaria, sociale e culturale.
Perché la possibilità di costruire una famiglia non dovrebbe mai essere determinata dalla disinformazione, dal tempo che passa o dalle disponibilità economiche, ma dalla libertà di una scelta consapevole, sostenuta da una società capace di accompagnare davvero chi desidera diventare genitore.
Autore Anna Laudati, Giornalista scientifica



