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Sempre più nati con la PMA. Ma il sistema vacilla: l’età delle italiane è troppo alta

In un’Italia che invecchia e che vede nascere sempre meno bambini, la medicina è diventata una compagna di viaggio fondamentale per moltissime coppie che un figlio desiderano averlo. A dirlo non è una semplice percezione, ma i dati della Relazione al Parlamento 2025 che dipingono un quadro chiaro: la Pmala Procreazione medicalmente assistitanon è più un’eccezione, ma un pilastro del nostro sistema sanitario.

Pma: il desiderio di famiglia che passa per la scienza

Con oltre 17.000 nuovi nati nel solo 2023, è evidente che queste tecnologie rispondono a un bisogno profondo e radicato nella società italiana. Non si tratta solo di numeri, ma di un cambiamento culturale che vede la medicina riproduttiva come una risorsa strutturale per contrastare il calo demografico. C’è un punto critico, però, che emerge dal rapporto e riguarda l’orologio biologico.

Il fattore tempo e la sfida dell’età materna

In Italia, l’accesso alle cure avviene significativamente più tardi rispetto al resto del continente. Se in Europa la media per chi inizia un percorso di fecondazione “a fresco”, usando i propri ovociti appena prelevati, è di circa 35 anni, nel nostro Paese la media sale a 36,7 anni. Questa differenza, apparentemente minima, ha tuttavia un impatto profondo sulle probabilità di successo. Spesso, infatti, l’infertilità non è causata da malattie specifiche, ma semplicemente dal passare degli anniÈ quella che gli esperti definiscono “infertilità fisiologica”: con l’aumentare dell’età, la riserva e la qualità degli ovociti diminuiscono naturalmente, rendendo il percorso più complesso.

Quando la biologia chiede aiuto alla donazione esterna

Il ritardo nell’accesso alle cure spiega anche il boom della fecondazione eterologa, ovvero quando uno o entrambi i gameti, ovociti o spermatozoi, provengono da un donatore esterno alla coppia. In questo ambito, l’età media delle donne sale a 41,8 anni. In molti casi, la donazione di ovociti diventa l’unica strada percorribile per chi ha superato la soglia di fertilità naturale. È una scelta obbligata.

Verso trattamenti più sicuri e mirati

Oltre alle sfide anagrafiche, la Relazione evidenzia anche progressi medici straordinari sul fronte della sicurezza. In passato, la medicina della riproduzione era spesso associata alle gravidanze plurime, gemelli o addirittura tre o più neonati, che comportano rischi maggiori sia per la madre che per i piccoli. Oggi il paradigma è cambiato. I medici, ora, tendono a trasferire un numero minore di embrioni, puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità. Questo approccio ha portato a un calo drastico delle gravidanze gemellari e trigemine, rendendo il percorso molto più sicuro. L’efficacia non viene più misurata sul singolo tentativo “eroico”ma sulla continuità delle cure, valutando i risultati nell’arco di un intero percorso assistenziale.

Il nodo dell’organizzazione e delle attese

Un aspetto fondamentale dell’assistenza in Italia riguarda chi garantisce queste cure. La maggior parte degli interventi più complessi, i cosiddetti cicli di II e III livello, come la fecondazione in vitro (Fivet), viene effettuata all’interno del Servizio sanitario nazionale. Sulla carta, questo dovrebbe garantire a tutti le stesse opportunità, ma la realtà quotidiana è spesso più complicata. Molte famiglie, infatti, si scontrano con liste d’attesa lunghe e una burocrazia che non rispetta i tempi della biologia. E questo costringe molte coppie a un bivio difficile: attendere mesi o anni nel pubblico, rischiando che l’età riduca ulteriormente le possibilità di successo, oppure rivolgersi alle strutture privateaffrontando costi economici spesso molto pesanti.

Pma: la sfida del futuro

Il fattore tempo, purtroppo, è un nemico spietato, soprattutto quando si arriva già avanti con l’età. In questo contesto, l’efficienza non è solo un obiettivo tecnico, ma una necessità umana. E la sfida per il nostro Paese non è solo offrire la tecnologia medica, ma creare un sistema capace di rispondere con rapidità. Occorre una maggiore sinergia tra i centri pubblici e quelli privati, assicurando che chiunque abbia bisogno di aiuto possa trovarlo senza dover aspettare troppo o viaggiare lontano da casa. Ridurre i tempi morti tra la prima visita e l’inizio del trattamento, è l’unico modo per far sì che la scienza possa davvero dare i suoi frutti migliori, offrendo a ogni desiderio di genitorialità una reale e tempestiva possibilità di successo.

FONTE https://www.iodonna.it/