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Meglio sempre sole che male accompagnate Madri single per scelta. Cresce il numero di donne che mette al mondo un figlio senza partner. Ma in Italia la legge lo vieta

Sara stringe tra le braccia Linda, la sua bambina di 5 mesi. «Prego mamme e papà, entrate pure». In un grande ospedale milanese sta per iniziare un corso sullo svezzamento. «E il papà?», domanda l’infermiera. «Il papà non c’è, ci sono io», risponde Sara. «Arriva più tardi? Gli teniamo un posto». «No, non c’è». Il papà non è in ritardo, non è scappato, non ha divorziato, non è morto. Il papà non esiste. Non c’è nemmeno un’altra mamma o una compagna. Sara ha messo al mondo Linda da sola, con la fecondazione assistita eterologa e un donatore. Non è una mosca bianca. Nel mondo il numero delle donne che sceglie di diventare madre da single cresce silenziosamente. Uno di quegli scatti della società rispetto a politica e istituzioni.

Le Single mother by choice

Le SMBC, dall’acronimo inglese Single Mother by Choice (Madri Single Per Scelta), si moltiplicano anche in Italia, soprattutto nelle grandi città. Nei gruppi Facebook e nei forum se ne contano quasi 700, ma un dato ufficiale non esiste. Il procedimento per fare un figlio da sole è vietato nel nostro Paese, intrappolato nell’articolo 5 dell’ultra discussa Legge 40/2004. La norma che regola la Procreazione Medicalmente Assistita ne vieta l’accesso alle donne single e alle coppie omosessuali. Chi desidera diventare madre senza un partner deve andare all’estero: Spagna, Inghilterra, Finlandia, Belgio, Danimarca, Svezia, Grecia, Stati Uniti. Ci vogliono però tempo e soldi. «Per avere Linda ho speso quasi 15.000 euro», racconta Sara. «Sono manager in una grande azienda, l’aspetto monetario non era marginale, ma le salite più dure sono state altre: gli sbalzi d’umore per le terapie ormonali, i primi due tentativi di impianto di embrione falliti, il totale disappunto dei miei familiari. Sono nata e cresciuta in un contesto alto borghese, molto tradizionalista. I miei genitori non mi hanno parlato per mesi, nemmeno mio fratello trentenne ha mostrato empatia. Ad oggi hanno visto la bambina solo un paio di volte». Sara ha 39 anni, una laurea in Economia e un master in Finanza. Ha avuto anche un grande amore, evaporato pochi mesi dopo il suo 37esimo compleanno. «Un dolore che brucia ancora», confes- sa, «non avevo – e non ho – voglia di ricominciare un’altra relazione, ma sentivo di avere tantissimo amore da dare, solo in un’altra direzione. L’orologio biologico poi, più che ticchettare, suonava come una tromba. Mi sono convinta una sera, guardando una cara amica neomamma. Sono andata a Londra perché conoscevo bene la città, lì ho studiato e iniziato la mia carriera. La clinica me l’ha consigliata un’ex collega che aveva avuto problemi di infertilità». In sala parto è stata accompagnata da un’amica, a darle una mano con Linda, da lunedì a venerdì, c’è una babysitter. «Non posso dire siano stati mesi facili, il tempo con i neonati non lo è per definizione, ma sono felice della scelta fatta».

La petizione

Le famiglie monogenitoriali in Italia sono aumentate del 44% negli ultimi 10 anni, passando dai circa 2 milioni 650mila del 2011 agli oltre 3 milioni e 800mila del 2021. Di queste quasi l’80% è costituito da madri single: vedove, divorziate, separate, o, semplicemente, senza un partner. Donne capofamiglia che rappresentano più del 18% del totale dei nuclei familiari, quasi il triplo dei padri single, che superano di poco il 5%. La monogenitorialità femminile resta una delle tipologie familiari più esposte al rischio di povertà, soprattutto al Sud. La maggior parte delle donne che affronta un percorso di Pma per mettere al mondo un figlio senza partner ha però una buona stabilità economica e un percorso professionale solido e avviato. L’Associazione Luca Coscioni ha lanciato la petizione «Pma per tutte», per estendere il diritto di accesso alla fecondazione assistita in Italia alle donne single e alle coppie di donne che non hanno la possibilità di sostenere i costi del percorso all’estero. Ad oggi sono state raccolte oltre 45mila firme, depositate al Senato lo scorso settembre. «La fotografia dell’Italia è cambiata da tempo», commenta Filomena Gallo, avvocata cassazionista e segretaria nazionale dell’associazione Coscioni, «la richiesta di una petizione per modificare la legge 40 è arrivata in modo spontaneo dalle donne a cui viene negato il diritto di accedere alla fecondazione assistita. Per noi è stato un dovere farcene carico e interpellare il legislatore per rimuovere il divieto. La norma attuale viola il diritto all’autodeterminazione e discrimina, anche a livello internazionale». Nel settembre 2024, in seguito ai ricorsi presentati da Evita e Serena, che avevano ricevuto diniego per trattamenti di Pma perché prive di un compagno, il tribunale di Firenze ha sollevato la questione della legittimità costituzionale. Le sentenze 68 e 69/2025 della Corte, con cui è stato dichiarato incostituzionale non riconoscere entrambe la madri di un figlio nato da fecondazione assistita, hanno però ritenuto «non irragionevole» la scelta legislativa di non consentire alla donna singola di accedere alla Pma, poiché si tratta di una limitazione non sproporzionata all’autodeterminazione alla genitorialità. «Continuiamo a chiedere al parlamento di cancellare questo divieto», incalza Gallo, «Il benessere di un bambino non dipende da quanti genitori ha, ma dall’assunzione di responsabilità che c’è nel volerlo. Quanta determinazione e voglia di futuro ha una donna che sceglie di mettere al mondo un figlio con un percorso disseminato di ostacoli già in partenza? Bisognerebbe davvero capire il motivo per cui si può avere un rapporto occasionale e diventare madri senza informare il padre biologico, ma non scegliere di accedere liberamente a un trattamento sanitario sicuro». 

Nel mondo

 Nell’inverno demografico che da anni gela i tassi di natalità italiani, un allargamento del diritto alla Pma non porterebbe una soluzione definitiva, ma, almeno, lascerebbe passare piccoli raggi di sole. All’estero la pratica si consolida. In Danimarca è facile imbattersi nelle solomor, le “mamme in solitaria”, così diffuse da essere identificate con un termine preciso. Lì lo stato copre sei tentativi di fecondazione assistita all’anno per le donne, anche quelle in coppia, fino ai quarant’anni. Per le genitrici single il congedo di maternità raddoppia, includendo quello del papà, e ci sono agevolazioni per asili e scuole. Dal 2021 la Francia ha esteso l’accesso alla Pma con donatore anche alle coppie lesbiche e alle donne single fino ai 43 anni; i trattamenti sono coperti dal sistema sanitario nazionale. In Belgio il limite di età è fissato a 47 anni. In Grecia le donne single ricorrono alla Pma con costi tra i più competitivi d’Europa nel settore privato (un ciclo è compreso tra i 3.000 e 5.000 euro), anche in caso di donazione di gameti. «Non faccio la Giovanna d’Arco, non mi aggrappo a qualche ideale superiore. Diventare mamma single per me è stato un ripiego», dice schietta Katia Minniti Bérard, madre di Teodora e Martino, 11 e 6 anni. «Sono arrivata sulla soglia dei 40 anni senza un compagno, mi sono resa conto che mi avvicinavo alle relazioni solo per figliare, era un meccanismo malsano. Ho pensato fosse meglio affidarsi alla scienza». Katia vola a Barcellona, sceglie un donatore, si sottopone alle terapie ormonali e al prelievo degli ovociti, che diventano sei embrioni. L’impianto di Teodora riesce al primo colpo. A 45 anni arriva Martino. Il costo totale per i trattamenti ammonta a 12mila euro più spese di viaggio e alloggio. «Sono stata fortunata», ammette «due gravidanze bellissime e il sostegno di amici e familiari. Nessuno ha mai osteggiato la mia scelta, mi hanno solo consigliato di rifletterci bene, perché non sarebbe stato facile». Teodora e Martino vivono con la mamma nelle campagne di Cesano, tra Roma e il lago di Bracciano. La primogenita ha accolto con serenità il racconto su come è venuta al mondo, il secondo vorrebbe tanto un papà. «Sono più sereni di altri coetanei, conoscono la loro storia da quando hanno due anni. Con i bambini le bugie non funzionano», tiene a precisare Katia, «C’è stato qualche problema solo a scuola, in quarta elementare Teodora veniva presa in giro da una compagna: diceva che non era possibile che non avesse un papà. Ho mandato messaggi di fuoco nella chat delle mamme spiegando che ormai i figli non si fanno solo andando a letto con qualcuno. Le difficoltà vere arrivano quando mi ammalo. Qualche settimana fa mi sono rotta un ginocchio e sono andata in crisi».

Uno sguardo al futuro

Katia riceve moltissimi messaggi da chi vorrebbe intraprendere il suo percorso. «Incoraggio chi si trova nelle giuste condizioni, non certo le trentenni. Pensare di fare un figlio da sola a quell’età è una follia. A trent’anni, se non si è pronte a diventare madri si dovrebbero congelare gli ovuli. La legge però deve cambiare, non c’è coerenza: domani potrei presentarmi in un centro medico con un amico complice, con cui non ho alcun legame, e fare un figlio senza che nessuno si opponga, ma da sola non posso. Devo aumentare i sussidi, ci sono agevolazioni solo per gli asili nido». Pure la 31enne Maria Giulia D’Amico chiede a gran voce un cambiamento, ma da un punto di vista diverso. È lei ad essere figlia di una madre single. «Oggi in Italia non sarei potuta nascere. Mia madre ha sfruttato un vuoto legislativo. Siamo passati da una norma che non c’era a una che proibisce. Non mi è mai mancato nulla perché non mi è mai stato dato e poi tolto nulla. La mancanza la sentono gli orfani o i figli dei divorziati. Respingo la solfa del “è una cosa da ricchi”: per mandare avanti una famiglia servono soldi a prescindere. Nessuno poi si sognerebbe di giudicare una donna costretta a fare una fecondazione eterologa per motivi di salute. C’è molta ipocrisia». Da anni Maria Giulia risponde a chi accusa sua madre di egoismo: «Credo, al contrario, abbia fatto un grande gesto di amore e consapevolezza. Sono felice di essere al mondo, soprattutto in un momento in cui le relazioni si stanno trasformando, bisogna solo accogliere i cambiamenti».

FONTE https://www.corriere.it/

Autore Micol Sarfatti