
Fecondazione assistita, a Cipro 30 bambini nati da donatori sbagliati
3 Settembre 2026
Ogni figlio nasce con mutazioni che i genitori non hanno: cosa cambia con l’età e la fecondazione assistita
3 Settembre 2026La domanda è concreta: durante la stimolazione ovarica si può continuare a correre, pedalare, nuotare o frequentare la palestra? Finora la risposta è stata affidata soprattutto alla prudenza clinica, spesso con indicazioni molto diverse da un centro all’altro. Uno studio pubblicato il 16 agosto su Sports Medicine offre ora un primo elemento rassicurante, ma non autorizza conclusioni semplicistiche: continuare un’attività fisica adattata non sembra associarsi a un aumento evidente degli eventi avversi, mentre non è stato affatto dimostrato che ogni esercizio, a qualunque intensità e in qualsiasi fase del trattamento, sia privo di rischi.
È questa la prima distinzione necessaria: non si tratta di scegliere astrattamente tra sport e immobilità, bensì di stabilire quale attività sia appropriata per quella donna, in quel momento e con quella risposta alla stimolazione. La ricerca ha coinvolto 216 atlete, agoniste e ricreative, con un’età media di 36,5 anni, che nei cinque anni precedenti avevano affrontato il congelamento degli ovociti, la fecondazione in vitro o entrambe le procedure. Prima del trattamento tutte si allenavano almeno 150 minuti alla settimana: si parla dunque di donne già abituate all’esercizio, non della popolazione femminile nel suo complesso.
Il 79 per cento delle partecipanti ha proseguito l’attività fisica. Tuttavia, quasi otto su dieci tra coloro che hanno continuato hanno ridotto l’intensità, la frequenza o la durata delle sedute. Il comportamento prevalente, quindi, non è stato mantenere l’allenamento senza modifiche, ma adattarlo alla stimolazione ovarica. È un dato importante, perché corregge due rappresentazioni ugualmente improprie: da un lato lo stop assoluto come regola automatica, dall’altro la prosecuzione indisturbata di qualunque programma sportivo.
Innanzitutto va esaminato il dato sulla sicurezza. Nel complesso sono stati riferiti 38 eventi avversi e, dopo l’aggiustamento statistico, le donne che avevano continuato ad allenarsi non presentavano una probabilità significativamente maggiore di complicanze rispetto a quelle che avevano interrotto: l’odds ratio, cioè la misura statistica del rapporto tra le probabilità nei due gruppi, era pari a 0,74, con un intervallo di confidenza al 95 per cento compreso tra 0,30 e 1,84. In termini più semplici, non è emerso un segnale di aumento del rischio. Ma l’ampiezza dell’intervallo non permette di escludere differenze reali.
Questo non significa che l’esercizio protegga dalle complicanze, né che qualsiasi allenamento possa essere considerato sicuro. Lo studio è un’indagine retrospettiva, fondata sui ricordi e sulle dichiarazioni delle partecipanti, e non una sperimentazione randomizzata progettata per dimostrare un rapporto di causa ed effetto. Inoltre riguarda persone allenate. Il risultato, dunque, deve essere considerato per ciò che è: un segnale utile e rassicurante, che richiede però studi prospettici più robusti prima di diventare una raccomandazione generale.
In secondo luogo, la ricerca mostra quanto la paura possa modificare i comportamenti anche quando le conoscenze disponibili sono incomplete. Tra le 133 donne che hanno risposto alle domande sulle preoccupazioni legate all’esercizio, 88 hanno dichiarato di averne avute; di queste, il 30,7 per cento ha interrotto del tutto l’attività e il 68,2 per cento l’ha modificata. Il timore più frequente riguardava gli eventi avversi, seguito dalla paura di compromettere l’esito della procedura. È comprensibile. Tuttavia, una preoccupazione non può sostituire una valutazione clinica, così come un dato preliminare non può cancellare ogni cautela.
Perché tanta incertezza? Anche i consigli ricevuti dalle partecipanti erano tutt’altro che uniformi. Durante il congelamento degli ovociti, ad alcune donne erano state consentite soltanto attività leggere o camminate; ad altre era stato suggerito di proseguire normalmente; ad altre ancora di evitare piegamenti e torsioni del tronco oppure di smettere del tutto. Un’analoga variabilità emergeva durante la fecondazione in vitro. La fotografia più significativa è quindi quella di una prudenza non uniforme, nella quale le indicazioni possono mutare sensibilmente secondo la struttura che segue il trattamento.
La prudenza, del resto, ha una ragione biologica precisa. Durante la stimolazione le ovaie possono aumentare di volume; tra le possibili complicanze della procreazione medicalmente assistita vi sono la sindrome da iperstimolazione ovarica e, più raramente, la torsione dell’ovaio. Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists raccomanda, in presenza di iperstimolazione, di evitare l’esercizio intenso, perché ovaie ingrossate e dolenti possono risultare più vulnerabili. Anche le linee guida della ESHRE considerano la torsione tra gli esiti rilevanti per valutare la sicurezza della stimolazione.

Infine, occorre passare dal dato all’organizzazione della cura. Le indicazioni dovrebbero tenere conto almeno di tre elementi: la risposta ovarica, i sintomi presenti e il parere del centro responsabile della procedura. Non uno stop imposto indistintamente a tutte, dunque, ma neppure un’autorizzazione senza limiti. Serve una valutazione personalizzata capace di distinguere attività, intensità e fase del trattamento, in modo da proteggere la salute senza introdurre restrizioni che le evidenze disponibili non giustificano.
Io credo che questo sia il significato più corretto dello studio: la rassicurazione deve procedere insieme al rigore, e la prudenza deve essere guidata dalla conoscenza, non dalla paura. Personalizzare anziché proibire automaticamente significa riconoscere la complessità clinica e sostituire alla paura una prudenza fondata sulle evidenze.
Farris MI, Dufour S, Brockwell E, et al. Fertility Preservation and Assisted Reproduction Among Athletes: An Online Survey. Sports Medicine. Pubblicato online il 16 agosto 2026. doi: 10.1007/s40279-026-02508-2.
Fonte https://www.mondosanita.it/




