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14 Ottobre 2026“Qando iniziai il percorso della fecondazione assistita provai una sensazione difficile da spiegare. Non era paura nel senso tradizionale del termine. Era piuttosto la consapevolezza di entrare in un territorio dove la vita smette di essere un progetto individuale e diventa qualcosa di più imprevedibile». Sono parole di Silvia Salis che racconta per la prima volta nel libro È già domani, edito da Feltrinelli e disponibile dal 13 ottobre, il percorso che ha portato alla nascita di suo figlio.
Il penultimo capitolo del libro si intitola Eugenio. «Il percorso che nel 2023 ha portato alla nascita di Eugenio non è stato breve. Per molto tempo avevo pensato alla maternità come a qualcosa che sarebbe arrivato naturalmente, quando il momento giusto si fosse presentato. È una convinzione diffusa, soprattutto tra le donne che hanno costruito la propria vita attorno a percorsi lavorativi intensi. Si crede che il tempo sia elastico, che le stagioni della vita possano essere spostate come appuntamenti su un’agenda».
Racconta che lei e il marito Fausto Brizzi hanno provato per un anno ad avere un bambino, ma lei non restava incinta. «La fecondazione assistita è una tecnologia straordinaria, ma non è mai soltanto una questione tecnica. È un’esperienza emotiva complessa. Ogni passaggio – le visite, i tentativi – ti mette davanti alla parte più vulnerabile di te. Ricordo le settimane che parevano dilatarsi tra l’attesa dei risultati, le telefonate dei medici e la sensazione di vivere sospesa tra speranza e cautela. Quando finalmente arrivò la notizia che aspettavamo non fummo travolti da un’esplosione di gioia come nei film, ma colmati da una felicità profonda, quasi incredula».
Secondo il rapporto presentato dal Ministero della Salute nei mesi scorsi, in Italia circa il 6% dei bambini è concepito con la procreazione medicalmente assistita (Pma). Circa 20mila bambini nel 2025.
La sindaca di Genova racconta, come aveva già fatto, la scelta del nome e del cognome, di suo figlio. «Quando finalmente lo accolsi in braccio capii che il futuro aveva un nome. Quello di mio papà. Che per fortuna ha fatto in tempo a conoscere il nipotino e a goderselo per quasi un anno e mezzo…Il nostro bambino porta il mio cognome, quindi si chiama davvero come suo nonno: Eugenio Salis. Come sappiamo tutti, per secoli in Italia il cognome dei figli è stato automaticamente quello del padre…Fausto e io abbiamo deciso di dare a Eugenio il mio cognome per dare un esempio, il nostro piccolo segnale per contribuire a una rivoluzione sociale».
Nel libro Silvia Salis ricorda il papà scomparso. «Mio padre se n’è andato all’inizio del 2025, proprio quando stava per prendere il via la mia campagna elettorale a Genova, in una fredda giornata d’inverno. Pochi giorni prima gli raccontai della proposta ricevuta e mi disse che la nostra città era sempre stata di sinistra, era progressista, e che sperava tornasse ad avere quel senso di fiducia e di libertà perduto. Non parlò di partiti o programmi, ma della sua città, come fosse la sua migliore amica. Mi guardò negli occhi e mi esortò ad accettare. Poi sorrise e annuì, come faceva prima di ogni gara, quasi a dirmi: “Adesso vai e vinci, amore mio”».
FONTE https://www.vanityfair.it/




