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4 Settembre 2025«Sono il risultato di qualcosa che ora la legge non permette», dice Maria Giulia D’Amico. Intervistiamo una persona che, con le disposizioni di oggi, non potrebbe più nascere. Lei è venuta al mondo in Italia con la procreazione medicalmente assistita, nel 1994, da mamma single. È nata prima dell’entrata in vigore dell’articolo 5 della legge 40 del 2004 che ha vietato l’accesso alle tecniche di Pma a persone singole e coppie dello stesso sesso.
Oggi è testimonial della campagna dell’associazione Luca Coscioni – che ha anche avviato una raccolta firme per una petizione al Parlamento – per abolire il divieto in Italia. Il volto in primo piano e una domanda, diretta, sul maxi manifesto affisso a Roma, davanti ai Musei Vaticani: «Davvero ora non potrei nascere?».
Una laurea alla Bocconi e un lavoro in una multinazionale come project manager. Ha scelto di metterci la faccia. E non solo in senso figurato.
«Questa battaglia è per me e anche un po’ per mia mamma. Ora non c’è più, ma mi ha dato moltissimo. Era intelligente e di grandi vedute. Al momento non ho un compagno e non so quale sarà il mio futuro. Però voglio avere la possibilità di poter scegliere. E quindi anche rispetto all’eventualità di accedere alla procreazione medicalmente assistita, se non dovessi trovare la persona giusta. Semplicemente, sapere che c’è anche questa opzione, come l’ha avuta mia mamma da donna libera tanti anni fa».
Si è mai sentita diversa?
«Ho avuto un’infanzia normale: non mi sono mai sentita privata di qualcosa o messa al mondo per atti di egoismo, come spesso si sente dire. Al contrario, lei ha fatto questa scelta da donna matura, quando aveva 40 anni. Era un medico veterinario: da piccoli, ci spiegava con grande semplicità che io e mio fratello gemello eravamo in due provette. Le avevano messe nella sua pancia e così eravamo nati noi. E poi diceva: “Papà non c’è, non sappiamo il suo nome”. Sempre con serenità. Ai compagni raccontavo questa storia e le mamme dei miei amici dicevano che la mia aveva avuto grande coraggio. Mi sono sempre sentita accolta. Oggi invece mi sento diversa, un’eccezione, non permessa».
Perché considera questo divieto discriminatorio?
«La discriminazione è economica perché in altri Paesi la Pma a single e coppie dello stesso sesso è consentita. E chi ha la possibilità va all’estero. Ma c’è anche una discriminazione sociale, perché in Italia non è permesso e quindi, quando torni, vivi il senso di colpa per aver fatto una cosa considerata sbagliata. Mia mamma ha portato avanti la sua gravidanza qui, a Roma, circondata da tutti i suoi familiari. E oggi una donna non lo può fare perché una legge lo impedisce. Invece io sono qui a dire che qualcuno prima l’ha realizzato e io ne sono la testimonianza. Non sono speciale, ma non sono neppure diversa».
FONTE https://www.lastampa.it/
Articolo di Valeria D’autilia




