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14 Settembre 2026Un esame genetico capace di scegliere l’embrione senza sottrargli neppure una cellula: è questa la promessa, straordinaria quanto delicata, del niPGT-A, il test preimpianto non invasivo per le aneuploidie, cioè le alterazioni nel numero dei cromosomi. Ma un vasto studio multicentrico pubblicato su Scientific Reports giunge ora a un risultato netto: dopo l’impiego di questa tecnica, la percentuale di nati vivi per trasferimento è risultata sensibilmente inferiore a quella ottenuta con il test convenzionale basato sulla biopsia.
Vediamo anzitutto come funziona. Nel PGT-A tradizionale si prelevano alcune cellule dal trofoectoderma, la parte esterna della blastocisti destinata a contribuire soprattutto alla formazione della placenta; con il metodo non invasivo, invece, si raccoglie il liquido nel quale la blastocisti è cresciuta e si analizzano le minuscole tracce di DNA libero che l’embrione vi ha rilasciato. Per intenderci, è come tentare di ricostruire il contenuto di una stanza esaminando ciò che è passato sotto la porta, anziché aprire e guardare direttamente: il procedimento è più discreto, ma il campione può essere scarso, incompleto o non rappresentativo. Ed è proprio questo il punto.
Lo studio, coordinato nell’ambito del network indiano Indira IVF, ha esaminato retrospettivamente i dati raccolti fra gennaio 2023 e luglio 2024 in 48 centri: 6.215 pazienti, 15.635 blastocisti e 3.179 trasferimenti di embrioni congelati. Numeri inconsueti per un settore nel quale molte valutazioni si fondano su casistiche assai più contenute. Il confronto ha mostrato un tasso di nati vivi per transfer del 34,5% dopo niPGT-A, contro il 46,2% ottenuto con la biopsia; limitando l’analisi agli embrioni che ciascun esame aveva classificato come euploidi — dotati, cioè, del numero atteso di cromosomi — la distanza è rimasta pressoché intatta: 34,4% contro 46,5%.
Ma non è tutto. Anche la gravidanza clinica e quella evolutiva sono risultate più frequenti dopo il metodo convenzionale e, una volta corretti statisticamente diversi possibili fattori confondenti, il PGT-A con biopsia è rimasto associato a odds circa doppie tanto di gravidanza clinica quanto di nascita. Ciò non dimostra ancora un rapporto diretto di causa ed effetto, come vedremo; dimostra però che la maggiore eleganza tecnica del procedimento non invasivo non si è tradotta, in questo insieme di dati, in un miglior risultato clinico.
Il passaggio forse più rivelatore avviene prima ancora del trasferimento. Il niPGT-A classificava come aneuploide circa il 16% delle blastocisti, mentre il test con biopsia ne indicava il 44%; nello stesso tempo, il metodo non invasivo produceva molti più risultati definiti “mosaico”, nei quali vengono rilevate linee cellulari con assetti cromosomici differenti. In altre parole, il niPGT-A classificava molti meno embrioni come aneuploidi e quindi potenzialmente ne escludeva meno in partenza. Ma un lasciapassare più frequente non è necessariamente un lasciapassare più preciso: quando il DNA disponibile è pochissimo, il segnale può risultare non interpretabile oppure raccontare soltanto una parte della complessa realtà cromosomica dell’embrione.
Un precedente studio prospettico, pubblicato nel 2025, aveva infatti riscontrato una concordanza di appena il 63,6% fra il niPGT-A e la biopsia del trofoectoderma. A questo dato si aggiunge il grande studio randomizzato apparso l’8 settembre 2026 su Nature Communications: fra 1.152 donne dai 35 ai 42 anni, la selezione effettuata mediante niPGT-A non ha aumentato in misura significativa i nati vivi rispetto alla normale scelta morfologica dell’embrione, vale a dire quella basata sul suo aspetto e sul suo sviluppo osservati in laboratorio. Le percentuali sono state rispettivamente del 37,0% e del 35,5%. Il segnale genetico, dunque, viene captato; resta da stabilire se venga captato abbastanza bene da guidare una decisione clinica tanto importante.
A scanso di equivoci, neppure il nuovo studio può pronunciare una sentenza definitiva. È un’analisi retrospettiva e non randomizzata: può individuare associazioni, ma non provare che il tipo di esame abbia causato la differenza nei nati vivi. Inoltre, gran parte degli autori lavora per Indira IVF e i dati provengono dai centri appartenenti al medesimo network, sebbene gli studiosi dichiarino l’assenza di conflitti di interesse. Sono limiti sostanziali, non semplici formalità.
Né si deve concludere che tutte le coppie impegnate in un percorso di fecondazione assistita debbano ricorrere al test con biopsia. L’American Society for Reproductive Medicine precisa che non è stato dimostrato il beneficio dello screening cromosomico routinario per tutte le pazienti sottoposte a IVF; l’ESHRE, dal canto suo, non ne raccomanda l’adozione universale. Il risultato è più circoscritto, ma non meno importante: eliminare la biopsia non basta a migliorare il test. La tecnologia non invasiva conserva una promessa notevole; per ora, però, dovrà dimostrare non soltanto di disturbare meno l’embrione, ma di riconoscere con maggiore affidabilità quello che potrà arrivare fino alla nascita.
Talwar D., Shah N., Meseguer M. et al., “Comparative clinical and reproductive outcomes following non-invasive versus biopsy-based preimplantation genetic testing for aneuploidy: a multicentric cohort study”, Scientific Reports, pubblicato il 12 settembre 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-69506-2.
FONTE MONDO SANITÀ




