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21 Ottobre 2026
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Microplastiche e fertilità, le precauzioni iniziano prima della gravidanza

Prima della placenta, prima del cordone ombelicale, c’è il follicolo: la struttura dell’ovaio nella quale l’ovocita cresce e matura, circondato da un liquido che costituisce un ambiente naturale sul quale galleggiare. Anche qui, persino negli annessi, sono state individuate microplastiche. La ricerca sull’esposizione alle molecole considerate potenzialmente lesive entra così in una fase della vita riproduttiva che precede la gravidanza.

È uno dei temi al centro della riflessione su fertilità, gravidanza e prevenzione: i rischi delle microplastiche che la Federazione SIGO, Società italiana di ginecologia e ostetricia, porta all’attenzione dell’opinione pubblica. Si crea in questo modo un collegamento tra i ritrovamenti di molecole inquinanti nei campioni biologici, e le domande che gli specialisti della medicina riproduttiva si pongono al fine di ridurre le esposizioni teoriche agli interferenti endocrini.

I fluidi che lambiscono l’ovocita

Un riferimento concreto viene da uno studio italiano pubblicato su Ecotoxicology and Environmental Safety. Il gruppo guidato da Luigi Montano, coordinatore del progetto EcoFoodFertility, ha analizzato il liquido follicolare di 18 donne sottoposte a procreazione medicalmente assistita: particelle classificate come microplastiche sono state rilevate in 14 campioni.

Il dato riguarda il fluido circostante, non dimostra che le particelle fossero dentro gli ovociti. La distinzione aiuta a capire che cosa stanno osservando gli scienziati: un ambiente biologico importante per la maturazione della cellula riproduttiva, nel quale cercare eventuali relazioni fra esposizione e funzionamento.

«Dobbiamo capire se e in quali condizioni l’esposizione possa incidere sulla qualità degli ovociti e sulla fertilità», ha spiegato Stefano Lello, consulente scientifico della Fondazione Policlinico Gemelli, chiedendo studi clinici affidabili e confrontabili. Il punto è collegare il ritrovamento a misure biologiche e risultati riproduttivi, con metodi capaci di distinguere gli effetti dei diversi fattori in gioco.

Dalle particelle ai messaggi ormonali

Il quadro sollevato da ostetrici e ginecologi comprende anche le microplastiche rilevate nella placenta, nel sangue cordonale e nel liquido amniotico. A questi risultati si affianca un altro filone di indagine: quello delle sostanze chimiche utilizzate nella produzione di materiali e oggetti di uso comune.

Microplastiche, ftalati e bisfenolo A non sono la stessa cosa. Le prime sono particelle; gli altri sono composti chimici, alcuni dei quali possono interferire con i segnali ormonali. Studiare entrambi i fenomeni serve a ricostruire un’esposizione complessa, senza confondere misure differenti.

I dati del progetto Life Persuaded, coordinato dall’Istituto superiore di sanità su coppie madre-bambino, ci dicono che metaboliti di ftalati sono stati rilevati nel 100% delle partecipanti allo studio, e il bisfenolo A nel 77%. Sono indicatori di esposizione chimica: non percentuali di persone con microplastiche nella placenta, né tantomeno di persone ammalate.

Simonetta Marucci, endocrinologa dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, ha descritto il sistema endocrino come una rete di comunicazione in dialogo continuo con quello nervoso e immunitario. Alcune sostanze ambientali possono interferire con questi messaggi, soprattutto nelle fasi più sensibili dello sviluppo.

La prevenzione passa anche dalle tecnologie alimentari

Per andare a fondo su queste osservazioni occorre promuovere una ricerca indipendente e responsabile, con misurazioni condivise e sorveglianza ambientale. Nella vita quotidiana esistono però comportamenti sui quali è possibile intervenire. Maria Grazia Petronio, epidemiologa e vicepresidente di ISDE Italia, ha indicato tre accorgimenti: limitare gli imballaggi monouso, preferire quando possibile contenitori riutilizzabili e non riscaldare gli alimenti nella plastica.

Per scaldare una pietanza si può scegliere vetro o ceramica adatti all’apparecchio utilizzato. Per conservare e trasportare gli alimenti conta anche rispettare la destinazione d’uso dei contenitori: un oggetto riutilizzabile deve essere idoneo al contatto alimentare e alle condizioni in cui viene impiegato. Sono scelte pratiche per contenere esposizioni evitabili, senza trasformare per questo le raccomandazioni in un ritornello assillante.

L’obiettivo dichiarato da Elsa Viora, presidente della Federazione SIGO, è informare distinguendo i risultati acquisiti dagli interrogativi in attesa di risposte. La presenza di particelle, microplastiche o interferenti endocrini, non equivale, da sola, ad avvalorare un nesso di causa effetto che abbia determinato infertilità o danni lievi al bambino. Nello studio italiano non è emersa una correlazione con fecondazione, aborto o nati vivi; dimensioni e disegno del lavoro non consentono conclusioni definitive. Ridurre le esposizioni evitabili e chiarirne gli effetti restano due impegni complementari.

Fonti consultate:

  1. Federazione SIGO. La salute della donna in un ambiente che cambia. Fertilità, gravidanza e prevenzione: i rischi delle microplastiche. Conferenza stampa; 20 ottobre 2026; Roma, Italia.
  2. Montano L, Raimondo S, Piscopo M, Ricciardi M, Guglielmino A, Chamayou S, et al. First evidence of microplastics in human ovarian follicular fluid: an emerging threat to female fertility. Ecotoxicol Environ Saf. 2025;291:117868. doi: 10.1016/j.ecoenv.2025.117868.
  3. Istituto Superiore di Sanità. 10 pratici consigli per ridurre l’esposizione a plastificanti per bambini e adulti. Roma: ISS; 2019.

FONTE https://www.mondosanita.it/