
Fecondazione assistita e tumori: cosa rivela lo studio su 1,7 milioni di donne
23 Luglio 2026Nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini. Un numero che segna il minimo storico delle nascite nel nostro Paese e che impone una riflessione nazionale su come risollevare la natalità e tutto ciò che ne deriva. Questa metamorfosi silenziosa che sta ridisegnando il profilo della società è alimentata da un effetto strutturale quasi matematico: la riduzione di due milioni e mezzo di donne in età fertile negli ultimi vent’anni. Un circolo vizioso al quale il “Manifesto Fertilità 2030” dell’Associazione italiana fertilità (Aife) cerca di trovare una soluzione.
La rivoluzione culturale: dall’ignoranza alla consapevolezza
Il primo ostacolo individuato dall’Aife è di natura culturale. Esiste un paradosso sorprendente per cui, in un’epoca di iper-informazione, regna un silenzio assordante sulla fertilità, spesso interrotto solo da messaggi che sopravvalutano i miracoli della medicina riproduttiva. Questo “fertility gap” informativo impedisce ai giovani di comprendere che la capacità riproduttiva declina drasticamente già dopo i 35 anni e che la fecondazione assistita non è una “macchina del tempo”. Per questo, il Manifesto propone di portare l’alfabetizzazione riproduttiva tra i banchi di scuola, non limitandosi alla biologia ma educando alla prevenzione dei rischi legati a fumo, alcol e stili di vita.
Parallelamente, è necessaria una nuova narrazione pubblica che decostruisca lo stereotipo del figlio come ostacolo alla libertà o alla carriera. La genitorialità deve smettere di essere percepita come una rinuncia privata per tornare a essere un valore sociale condiviso e un arricchimento della vita. In questa prospettiva, la comunicazione istituzionale e i media devono dare voce a un immaginario positivo e realistico, mostrando che la presenza dei figli è una risorsa e non un limite.
Scienza e salute: la fertilità come diritto universale
Sul piano sanitario, la proposta di rottura è l’inserimento della tutela della fertilità nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea). Questo permetterebbe di garantire check-up gratuiti per identificare precocemente patologie come l’endometriosi o il varicocele, che rappresenta la causa principale di un’infertilità maschile troppo spesso ignorata. Il Manifesto solleva con forza il tema della fertilità maschile, evidenziando come la qualità del liquido seminale sia più che dimezzata negli ultimi decenni a causa di stress e inquinamento, rendendo necessario un cambiamento culturale che smetta di considerare la riproduzione come una questione esclusivamente femminile.
Una misura di “buonsenso” indicata per contrastare la precarietà economica e la “tirannia dell’orologio biologico” è l’accesso al social freezing. La crioconservazione dei gameti non deve essere un lusso o una scelta dettata solo da ragioni mediche, ma uno strumento di libertà che consenta alle coppie di proteggere il proprio potenziale riproduttivo in attesa di condizioni di vita più stabili. Tutto questo deve essere sostenuto da un piano nazionale per la ricerca che trasformi la medicina della riproduzione in un’eccellenza nazionale, capace di competere a livello internazionale.
Diritti e inclusione: superare l’infertilità sociale
Il Manifesto affronta con coraggio l’evoluzione normativa, definendo anacronistica la Legge 40 del 2004 che limita la Procreazione medicalmente assistita (Pma) alle sole coppie eterosessuali coniugate o conviventi. La sfida è il superamento della cosiddetta “infertilità sociale”: perciò il Manifesto chiede di garantire a donne single e coppie lesbiche l’accesso alla Pma come risposta concreta ai cambiamenti delle strutture familiari. Tale apertura eliminerebbe l’attuale “turismo procreativo”, una forma di discriminazione basata sul reddito che permette solo a chi ha mezzi economici di cercare soluzioni all’estero.




